Miti da sfatare



La lancia

imagesE’ incredibile quanto poco sia stimata la lancia presso i giocatori di ruolo. Quasi nessuno equipaggia il proprio personaggio con la lancia, eppure questa arma è rimasta per millenni una delle opzioni migliori un po’ in tutte le occasioni belliche, ma soprattutto sul campo di battaglia. Anche la famigerata industria cinematografica non ha mai sprizzato entusiasmo per la lancia. Ancora oggi si vedono film (pseudo) storici che raffigurano battaglie realmente avvenute, in cui però tutti o quasi tutti i combattenti sono armati di spade. La spada è sempre stata la seconda (o addirittura la terza) scelta per quanto riguardava le armi da usare sul campo di battaglia. Gli eserciti medievali, dai Franchi in poi, sono sempre stati una selva di lance e di armi in asta di varia natura. Semplicemente, non esisteva un’opzione migliore.

Ecco un campionario casuale di obiezioni all’uso della lancia che si rivelano, a un’analisi più attenta, nient’altro che miti da sfatare.

La lancia è poco maneggevole. FALSO. La lancia è un’arma estremamente maneggevole. Può essere impugnata con le mani distanziate tra loro, e in tal caso permette rapidissimi cambi di bersaglio: posso attaccare la testa e in una frazione di secondo le gambe, senza muovere più di tanto le mani. Posso accorciare la distanza tra la presa e la punta, e in tal caso godrò di un’arma da media distanza affidabile e potente. Posso impugnarla lontano dalla punta, e in tal caso posso approfittare di un allungo stratosferico: una lancia lunga due metri (più il braccio, più il passo in affondo) può tranquillamente impalare un uomo a quattro metri di distanza. (altro…)

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Ragazzi, questa è dura. C’è talmente tanta roba da dire che non so da dove incomiciare. Facciamo così, dividiamo questa mostruosa pila di miti da sfatare, questo ributtante mucchio di sterco che Hollywood quotidianamente riversa su di noi, questo autotreno carico di immondizia ammazza-storia e inquina-fantasia che assorbiamo per osmosi televisiva. Suddividiamolo in argomenti piccoli piccoli, in modo che il vostro noioso e pedante Pennymaster li possa digerire un po’ alla volta. E tiriamone fuori qualcosa di buono, qualcosa che serva a noi tutti per fare meglio quello che vogliamo fare: giocare di ruolo senza scadere nei cliché più triti.

Scaldiamo i muscoli con questa chicca:

Se ne avete voglia, provate a scovare tutte le incongruenze, le forzature, gli errori, o anche semplicemente le cose “meh…”. Io ci ho provato e ho totalizzato un bel 66 (diconsi sessantasei). E credo di aver contato solo le cose più evidenti.

Vediamo chi riesce a trovarne di più.

Intanto oggi parliamo di:

Eserciti in movimento

Un esercito in movimento in territorio nemico o conteso è molto più di una fila di uomini che cammina o cavalca. E’ una straordinaria opportunità di gioco di ruolo e non va sprecata. Il cinema ci presenta pochissime scene legate alle fasi meno concitate della guerra, e di solito lo fa con approssimazione intollerabile.

Orbene, proviamo a mettere un po’ di spezia su questa minestra insipida, elencando cose che verosimilmente possono succedere e che devono essere ben descritte quando i personaggi appartengono a un esercito in movimento. Prendiamo come riferimento un esercito di moderate dimensioni, guidato da un capo importante come un re o giù di lì, in un periodo storico che si aggira intorno al 1300 e in un luogo che potrebbe essere la Francia o l’Inghilterra. Supponiamo che il trasferimento di uomini debba durare almeno un mese, che non è poi molto se si considera il tempo che ci vuole a radunare l’esercito, armarlo, organizzarlo, partire ecc. Faccio questa premessa perché differenti riferimenti storici porterebbero a risultati parzialmente differenti. Usiamo questa situazione di partenza come un canovaccio, su cui apportare le modifiche necessarie in conseguenza delle variabili di segno diverso. (altro…)


91iCth6+HQL._UY500_Dopo una lunga pausa, riprendiamo la nostra serie di articoli dedicati ai miti da sfatare per migliorare – se possibile – l’esperienza di gioco di ruolo rifuggendo dai clichés del genere.
I Vichinghi sono un pilastro dell’immaginario fantasy. Ogni ambientazione fantasy-medievale sembra non possa fare a meno di un popolo bellicoso e fiero che sguscia tra i flutti con lunghe navi ornate di draghi di legno e che terrorizza gli abitanti delle coste, depredando, stuprando e uccidendo senza pietà. Generalmente questi energumeni sono alti due metri, hanno lunghi capelli biondi arruffati o raccolti in trecce, brandiscono spade enormi e indossano rozze pelli di animali. Il tutto sormontato da elmi con le corna. Tutto bene, per carità. Ma questi popoli di fantasia non hanno molto a che vedere con i temutissimi guerrieri del nord che vengono chiamati vichinghi. Per questo elencherò una serie di nozioni sui vichinghi che gli storici moderni concordano essere miti da sfatare. Tanto per offrire qualche spunto a chi voglia ispirarsi alla loro versione storica per confezionare la propria ambientazione fantasy, non certo per insegnare chissà cosa.

I vichinghi erano altissimi. Falso, o meglio, vero solo in parte. Gli scheletri testimoniano di un’altezza media dei Danesi di soli m 1,70. Gli Svedesi arrivavano a m 1,72. Non esattamente dei giganti. Certo, se confrontati con i loro contemporanei del Sud, che viaggiavano intorno al metro e cinquanta, erano molto alti.

I vichinghi indossavano elmi con le corna. Falso. I vichinghi indossavano elmi conici senza corna. In alcune versioni esisteva la protezione per le guance e per la nuca. Gli elmi con le corna, se esistevano, erano di uso esclusivamente cerimoniale. (altro…)


Eccoci ancora a parlare delle meraviglie dell’arco lungo. Questa volta toccherò due argomenti spinosissimi, strettamente collegati tra loro: la gittata e il potere di penetrazione.
Per quanto riguarda la gittata, è assai probabile che chiunque svolga per la prima volta una ricerca su questo argomento ne esca disorientato (a dir poco).
Le fonti storiche sono imprecise, talvolta contraddittorie, e la quasi totale mancanza di reperti funzionanti ci costringe a muoverci nel campo della speculazione. Ci sono tuttavia dei punti fermi che possiamo usare come linee guida nella nostra ricerca.
Un primo fatto importante è la legge inglese. Al tempo di re Enrico VIII la legge prevedeva che gli arcieri si esercitassero con bersagli lontani almeno 200 iarde. Si tratta di una distanza considerevole che si giustifica solo con il fatto che gli arcieri inglesi iniziavano l’allenamento in tenera età (3 anni!) e proseguivano per tutta la vita, raggiungendo livelli di perizia, forza e precisione difficilmente raggiungibili al giorno d’oggi. Per questo motivo, 200 iarde di distanza minima sono un dato credibile, anche se stupefacente.
Ma qual era la distanza massima? In sostanza, non c’era. Un arco è in grado di lanciare una freccia a una distanza che dipende da diversi fattori, non ultimo la robustezza della freccia medesima. Immaginando che il peso e la qualità costruttiva della freccia siano sempre adeguate all’arco in uso, il fattore principale che influenza la distanza massima è la potenza dell’arco. In pratica, finché c’è un arciere abbastanza robusto da tenderlo, si può sempre costruire un arco più potente. Il fattore umano quindi è determinante. Considerate anche che la tecnica di rilascio è molto importante: lo stesso arco, usato da due arcieri diversi può avere gittate diverse.
In generale, l’aura di leggenda che gli inglesi hanno sempre alimentato riguardo al long bow tende a rendere le fonti storiche (e le testimonianze degli appassionati) un tantino esagerate… Un po’ come parlare di katana con i giapponesi. Tuttavia, in seguito ad alcuni importanti ritrovamenti archeologici nell’Ottocento e nel Novecento, si è appreso molto di più sull’arco lungo e sulle sue reali capacità. Alcune prove eseguite sul campo addirittura con archi originali perfettamente preservati (del 1545, mica pizza e fichi) e molte prove eseguite con ricostruzioni accurate hanno prodotto risultati interessanti. (altro…)


EnglishLongbowmenUna cosa che mi ha sempre colpito è l’estrema disinvoltura e l’atteggiamento semplicistico con cui i regolamenti di GDR trattano gli archi. In particolare, la distinzione tradizionale è tra arco corto – arco lungo – arco composito. Per ciascun arco è data una gittata standard e un danno. Punto e basta.

Nei film fantasy e “storici” l’arco è trattato come l’equivalente medievale del fucile d’assalto. Non vengono minimamente considerati i problemi di natura pratica che comporta l’uso di un’arma simile.

Oggi prenderò in considerazione alcuni miti da sfatare legati all’arco, concentrandomi inizialmente sul longbow, nella speranza che almeno qualcosa di quel che scrivo serva agli amici giocatori per ricreare l’atmosfera e per offrire spunti di realismo non fine a sè stesso, ma funzionale alla creazione di occasioni di gioco di ruolo interessanti.

Innanzitutto la tripartizione arco corto – arco lungo – arco composito, che si vede nel manuale di D&D, è per lo meno fuorviante e artificiosa. Per esempio, non esiste una definizione ufficiale di “arco lungo”, o meglio non esisteva prima della nascita delle moderne associazioni per la riscoperta e la preservazione della tradizione dell’arco lungo. Queste società hanno in qualche modo definito gli standard in base ai quali un arco può essere definito “longbow”. Nel medioevo, un arco lungo era semplicemente un arco più alto di chi lo usava. Tradizionalmente, “longbow” era la parola riferita all’arco inglese, di origine gallese e presumibilmente di derivazione vichinga. Parleremo di quello, assumendo che si tratti dello stesso “arco lungo” che si trova nei manuali dei GDR fantasy più diffusi.

Englishlongbow

Il carico di trazione medio era di 100 lb, ma vi sono testimonianze storiche e archeologiche di archi con carico anche di molto superiore. Ragazzi, si tratta di 45 kg abbondanti. Quasi nessuno al giorno d’oggi ha avuto la possibilità di provare un arco lungo con questo tiraggio. Fate conto che gli archi moderni spesso non superano le 80 lb. Per visualizzare la forza che ci vuole per tendere questa mostruosità, immaginate di fare l’esercizio del rematore impugnando un manubrio da 50 kg (o sollevando vostra moglie, se non è grassa) e di portare il manubrio (o la moglie) all’altezza della vostra guancia (non alla vita, come sarebbe da fare nell’esercizio “corretto” del rematore). Il sottoscritto, per il bene della scienza, ci ha provato… col manubrio, non con la moglie, così posso comunicarvi i risultati dell’esperimento senza timore di offendere la mia dolce metà: il manubrio pesa davvero un casino. Ripeto: UN CASINO. Il solo pensiero di ripetere l’esercizio per due ore consecutive alla settimana (tale era l’allenamento prescritto dalla legge inglese nel Trecento) mi fa venire voglia di morire subito. (altro…)


scudi_templariI giocatori di ruolo sono una razza strana. Nutrono smodato amore per alcune immagini (per esempio il cavaliere in armatura scintillante, il mago avvolto in lunghe vesti) e hanno antipatie tutte particolari per altre. Un esempio di figura lasciata ai margini dell’immaginario collettivo dei giocatori di ruolo è quella del soldato armato di scudo. Fateci caso: la maggioranza dei giocatori di ruolo fantasy trascura gli indubbi vantaggi di imbracciare uno scudo in favore di cliché più graditi, tipo lo spadone a due mani o l’ascia da nano (anche quella a due mani), oppure armi in asta maneggiate anche in ambienti angusti con la facilità con cui un bambino fa roteare una verga di salice. Spesso sono i regolamenti i responsabili di queste bizzarrie, perché tendono a equiparare il combattimento con spada e scudo a quello con uno spadone, per rendere il gioco “bilanciato”. E allora si vedono sistemi di risoluzione del combattimento che cercano di rendere le due opzioni diverse ma equivalenti, per non privilegiare a priori l’una rispetto all’altra. In realtà nessun sistema di gioco tiene conto di tutta una serie di fatti che hanno decretato lo scudo come il sistema di difesa per eccellenza attraverso i secoli, ineguagliato fino alla fine del 1400 e prezioso anche oltre, fino al suo declino per opera delle armi da fuoco. Elencherò quindi una serie di motivi per cui, potendo scegliere, nessun guerriero medievale avrebbe mai fatto a meno dello scudo. Infine, cercherò di individuare i (pochi) casi in cui è preferibile scegliere di non usarlo. Un’avvertenza: siccome è un post riassuntivo di molti argomenti diversi, non cito fonti per non renderlo ancora più lungo e pedante. Se siete interessati ad approfondire un aspetto particolare, posso fornirvi un po’ di riferimenti bibliografici a richiesta. (altro…)


I film sono fonte di ispirazione e divertimento, ma alcune volte sono origine anche di miti da sfatare duri a morire. Uno di questi è il mito del TCHINNGG. Nei film fantasy e nei film storici – senza alcuna eccezione – le armi estratte dal fodero fanno questo rumore:

Questo è il rumore di metallo che sfrega contro metallo. Fastidiosissimo, tra parentesi. Ebbene, cari amici vicini e lontani, come sicuramente avrete capito le spade estratte dal fodero non fanno questo rumore. Se possedete una replica di spada medievale o romana degna di questo nome potete fare la prova. I samurai là fuori possono provare a estrarre la loro katana (seee, come se non lo facessero quotidianamente da anni, NdR). Per fare la prova va bene anche un pezzo bizzarro come questo:

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tratto dalla mia (inesistente) collezione personale. Mi si dice che serva per tagliare la carne, ma ha un aspetto sinistro. In effetti, non è specificato quale carne debba tagliare. Può anche essere carne di cristiano. Brrr.

Il rumore di un’arma estratta dal fodero somiglia più a SSSTH che a TCHINNGG. Questo per la particolare conformazione del fodero, che a sua volta è dettata dalla sua funzione. Allora parliamo del fodero, così questo articolo non si riduce a un semplice rant. Come sempre vale l’avvertenza secondo cui non sono un oplologo, voglio solo condividere alcune mie “scoperte”, che per gli esperti veri sono segreti di Pulcinella. Se c’è qualcuno che se ne intende e vuole aggiungere o rettificare oppure ridicolizzarmi pubblicamente, faccia pure.

A noi! Il fodero di una spada serve a:

1. Trasportarla comodamente

2. Evitare di ferirsi mentre la si trasporta

3. Proteggerne la parte più importante e delicata, cioè la lama

Le prime due funzioni sono ovvie, mentre la terza un po’ meno. La spada è un’arma, la spada fa male, ma al tempo stesso la spada è delicata. La lama di una spada è come un meccanismo di precisione, va tenuta bene. Il filo è importantissimo ed è soggetto a usura, scalfittura, ruggine, incrostazioni, tutte cose che ne minano alle fondamenta l’efficacia. Quando la tua sopravvivenza dipende da quanto bene taglia la tua spada nel – magari – unico colpo che riesci ad assestare al nemico, è ovvio che farai di tutto pur di tenere il tuo “strumento del mestiere” in perfetto stato. Da qui l’esigenza di una protezione da agenti atmosferici, aria, umidità, urti accidentali. Il fodero nei secoli si è evoluto molto, includendo innumerevoli accorgimenti per migliorarne l’efficienza. Esaminiamo da vicino come è fatto.

Generalmente si tratta di una custodia che segue fedelmente le forme della lama da proteggere, in parte per questioni di economia, in parte perché non avrebbe senso lasciare spazi inutilizzati all’interno del fodero, dove si depositerebbero inevitabilmente umidità, sporcizia, sangue rappreso e chissà che altro. Il materiale varia a seconda dei luoghi e delle epoche: legno e cuoio sono le scelte più frequenti, in ogni caso è escluso il metallo, se non per fregi, anelli e particolari comunque esterni rispetto al fodero stesso. Nessuna parte di metallo è mai posta a contatto con il metallo della lama, proprio per evitare l’effetto-mola che rovinerebbe la lama. Inoltre, il metallo è soggetto a dilatazione a seconda della temperatura. Se poniamo due metalli a contatto e la temperatura si alza otteniamo una spada incastrata. Lei incastrata, tu morto. Il fodero quindi era fatto di materiali resistenti ma flessibili. La sommità generalmente presentava un sistema di blocco della spada per evitare che essa scivolasse fuori inavvertitamente. In genere era previsto un qualche tipo di laccio, ma si vedono anche raffinatissimi “collari” di velluto o altro materiale che presentano una certa resistenza, ma non tale da impedire un’estrazione veloce. Se osservate il forchettone che mi tengo in casa vedrete di quale ingegnoso sistema di bloccaggio e sbloccaggio rapido disponga. L’esterno della custodia poteva essere ornato in mille modi e con mille materiali, ma questo articolo si concentra sull’aspetto funzionale e non su quello estetico, per trattare il quale in maniera esauriente non basterebbe un’enciclopedia. L’interno poteva essere nudo oppure rivestito di materiali morbidi isolanti: tessuto, pelle, pelliccia, velluto, a seconda anche qui delle epoche. Talvolta era rivestito di pelliccia con il pelo orientato verso la punta della spada, in modo da opporre resistenza alla fuoriuscita accidentale senza necessità di usare lacci.

Generalmente la lama era ingrassata o lubrificata in qualche modo, sempre con funzioni di protezione. In alcuni casi il fodero assolveva anche a questa funzione, contenendo lubrificante che si spalmava automaticamente sulla lama ogni volta che questa era rinfoderata.

E’ quindi comprensibile come in nessuna epoca e in nessun luogo il rumore di estrazione della spada sia mai stato TCHINNGG. Quindi, rumoristi di Hollywood, per favore, smettete di fare TCHINNGG. E già che ci siete, smettete di fare TCHINNGG ogni volta che qualcuno raccoglie un oggetto di metallo da terra. Nemmeno in quel caso il metallo fa TCHINNGG. E se qualcuno decide di raccogliere l’Unico Anello da un pavimento di cotto, beh, udite udite: nemmeno in quel caso l’anello fa TCHINNGG. Aderite alla campagna per un mondo de-TCHINNGGhizzato. Per un futuro migliore.

Keep gaming.

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