(di Fabio Nughes)

 

E’ con piacere che vi racconto la vicenda che agli inizi del 1700 coinvolse il clan EN-YA nella regione di Ako, storia meglio conosciuta come la vendetta dei 47 Ronin.

Mi preme sottolineare che esistono 13 versioni “ufficiali” su come si svolsero i fatti, quindi le date esatte, il numero o addirittura i nomi dei Samurai coinvolti potrebbero differire. Mi sembra giusto attenersi al racconto tramandato dall’unico superstite della vicenda, comprendendo fin d’ora che alcuni fatti possano essere diversi.

Marzo 1701. Lo Shogun Tokugawa fu informato della visita di un inviato imperiale di ritorno da un’ispezione nelle isole. Doveva essere accolto con particolari onori, furono quindi scelti due Daimyo, tra i più potenti dello shogunato, per ricevere il Maresciallo. Uno si chiamava Kamei, era molto intelligente e si diceva sapesse leggere nella mente delle persone, l’altro, il protagonista della nostra storia, Asano Naganori, era incline alla poesia, alla letteratura e alle belle arti. Non meno intelligente del primo, Asano vestiva così bene da essere costantemente ammirato dalla Corte Imperiale.

L’ordine dello Shogun era che i due Daimyo dovessero conferire con il Ministro dei riti, Kira (più altri 6 nomi…), per stabilire le cerimonie ed i festeggiamenti da organizzare. Kira era arrivato molto in alto nella scala sociale non per il proprio valore, ma piuttosto per gli ingenti prestiti di denaro fatti al suo padrone. Addirittura si diceva non avesse mai avuto a che fare con l’acciaio delle proprie spade, fatto inaccettabile in quel periodo, e che non sapesse con che mano si afferrasse il pugnale corto per fare seppuku, cosa che ai veri samurai era insegnata fin dall’infanzia.

Era d’uso e d’obbligo portare dei doni quando si era invitati, anche dal Ministro dei riti. I doni di Asano consistevano in sete preziose e rare pitture mentre quelli di Kamei, volgarmente, in lingotti d’oro. I modi di Kira non lasciarono alcun dubbio sulla differente soddisfazione con cui i due doni furono accolti. A Kamei riservò tutta la propria gentilezza servile, mentre ad Asano dedicò freddezza, esclusione e rimproveri.

I Daimyo erano addestrati fin dall’infanzia al rito degli inchini programmati come una danza. Asano e Kamei erano impeccabili, ma nonostante questo Kira continuava a correggere Asano.

Percependo la tensione, l’intelligente Kamei chiese di congedarsi con la scusa di voler approfondire nella propria dimora le fasi del difficile rito di accoglienza, prodigandosi in un profondo inchino, ricambiato con un sorriso da Kira. Anche Asano fece un profondo inchino per sottolineare che voleva andarsene, ma Kira glielo vietò, consigliandogli di fermarsi a ripassare gli inchini insieme al suo segretario, che gli avrebbe dato una lezione di riti.

Non poteva esserci offesa più grave.

Asano estrasse la spada (vietatissimo all’interno del palazzo) dicendo a Kira di difendersi. Ma Kira fece quello che gli riusciva meglio: scappare!

Il principe Asano lo inseguì e il fendente che lanciò sarebbe andato sicuramente a segno se non fosse stato deviato prima dallo stipite della porta, poi da un fiorone d’acciaio e oro che Kira portata sulla testa come ornamento (oggetto che i suoi discendenti conservano ancora, tranciato a metà, tra i tesori di famiglia). La ferita di Kira fu lieve grazie anche all’intervento tempestivo del suo segretario che calpestò la lunga tunica dell’aggressore facendolo cadere, ma facendogli perdere anche la testa, tagliata con un colpo netto dalla spada di Asano.

Kira fuggì e si affrettò a denunciare il fatto allo Shogun, l’unico che poteva decidere se punire l’accaduto con un’ammenda oppure, come successe, con la condanna a morte per oltraggio e per aver fatto scorrere del sangue all’interno delle mura della città.

Il governatore del clan EN-YA, composto da circa 200 samurai, lesse come si svolsero i fatti e quale era la sentenza dello Shogun. Il loro Daimyo doveva togliersi la vita e il clan doveva essere disperso.

Da quel momento erano ufficialmente Ronin, uomini onda.

Potevano ritirarsi, vendicarsi, suicidarsi o servire un altro Daimyo. Il clan decise di vendicarsi. Da qui il detto: “un samurai non serve due padroni” (per dovere di cronaca vi racconto che nel 1912, il maresciallo Nogi, eroe della campagna di Russia, alla morte dell’ Imperatore preferì togliersi la vita piuttosto che offrire i suoi servizi al suo successore).

L’appuntamento era per il giorno successivo per definire i dettagli.

Di tutti i samurai del clan, solo 63 si presentarono all’ora della tigre (circa le 4.30) per firmare col sangue il giuramento (scritto anch’esso con il sangue) di darsi la morte se entro un anno non avessero sterminato Kira e la sua famiglia. Lo fecero appena in tempo, poiché dopo poche ore arrivarono gli inviati dello Shogun per espropriare tutti i beni del clan. Trovarono un castello vuoto e dato alle fiamme.
Ufficialmente il clan EN-YA non esisteva più.

Ormai rimasti solo con l’onore non potevano vendicarsi subito.

Kira viaggiava di continuo con la scorta armata e nella sua dimora aveva raddoppiato il numero delle guardie. Non avevano altro modo che attendere e far credere che non era loro intenzione vendicarsi. Un samurai aprì un negozio, fingendosi un mercante, di fronte al palazzo di Kira; un altro aprì un’attività di deposito di legname, accaparrandosi con prezzi bassissimi i lavori al palazzo del nemico, e riuscendo in tale modo a disegnarne la piantina interna; un samurai fece il medico; uno dei più importanti diventò venditore ambulante, intraprendendo rapporti con tutti e facendo domande sugli spostamenti delle guardie di Kira, senza destare sospetti.

Oishi Kuranosuke, il capo clan, dopo aver ripudiato la moglie, si fece vedere in giro sempre ubriaco, tanto che si sentivano voci tipo: “se il capo del clan EN-YA è ridotto in questo modo, Kira potrà dormire sonni tranquilli”. Tutto questo era quello che veniva riferito dalle numerose spie.

Il tempo trascorreva e molti erano scoraggiati, stavano terminando i soldi, tanto che alcuni samurai, per sopravvivere, dovettero vendere le armature. Il capo clan interpretava così bene la propria parte che un giorno sciolse platealmente il giuramento, affinché le spie di Kira riferissero l’accaduto. Prese il foglio, dove c’erano le firme fatte con il sangue e lo diede a un membro del clan ordinandogli di andare da tutti i 63 samurai per far loro annullare il giuramento. Fu così convincente che gli stessi samurai dubitarono sulla possibilità di vendicare la morte del loro Daimyo. Viste le condizioni createsi, alcuni accettarono, altri invece riconfermarono il giuramento: erano i 47 Ronin.

Credo sia giusto riferire alcuni comportamenti dei familiari dei samurai.

La madre di uno di loro si tolse la vita affinché il figlio, a lei molto devoto, non avesse alcun ripensamento o legame affettivo che lo distogliesse dalla missione; il fratello, di soli 13 anni, di un altro samurai tornava a casa da scuola ogni sera con nuovi lividi poiché tutti gli studenti lo aggredivano chiamandolo “il vigliacco di EN-YA”. Visto che anche i maestri lo trattavano in malo modo, una sera, stanco dei continui attacchi, si uccise pugnalandosi al cuore, lasciando scritte al fratello solo queste parole: “vendicami salvando il tuo onore”.

Finalmente il giorno tanto atteso arrivò.

Si divisero ed entrarono nella residenza di Kira da tre punti diversi per poter eliminare più facilmente le guardie, che con l’andare del tempo erano diminuite sensibilmente. Gli ordini erano chiari: eliminare le guardie, uccidere Kira e tutti i membri maschi della famiglia. Le donne dovevano essere risparmiate.

Non si deve immaginare un attacco in gran segreto, stile ninja con cerbottane avvelenate e appostamenti tattici, erano 47 samurai che seguivano il Bushido, la regola era che prima di un combattimento bisognava annunciarsi. Fu dato il segnale per attaccare con tre battiti di tamburo eseguito nove volte.

Naturalmente Kira si allarmò e riuscì a nascondersi in un passaggio segreto, costruito apposta per salvarsi. Dopo aver ucciso il figlio di Kira e numerose guardie, entrarono nella stanza personale del nemico e riuscirono quasi subito a scoprire il passaggio segreto, perché durante la fuga Kira perse un sandalo a ridosso della porta occultata. Una volta scovato, sfoderarono il bellissimo pugnale con quale si tolse la vita il loro signore Asano e, comunicandogli la sentenza, gli intimarono di fare seppuku. Kira non era un samurai e indietreggio subito, venne quindi ucciso con tre colpi alla gola, gettando per sempre vergogna al suo nome.

A questo punto furono suonati tre colpi con il piffero per far capire agli altri samurai che l’ingiusta morte del loro Daimyo era finalmente vendicata.

L’ordine successivo fu di incendiare tutto.

Dato che la residenza di Kira confinava con quella di altri Daimyo, si chiesero il perché le guardie dello Shogun non fossero intervenute in soccorso del Ministro. Scoprirono più tardi che fin dall’inizio del combattimento fu inviato un messaggero a Tokugawa per far sapere che i Ronin di EN-YA stavano penetrando nel palazzo del Ministro dei riti e, in nome di tutti i Daimyo che approvavano questo gesto di vendetta, fu chiesto che “la sentenza del Cielo” non fosse ostacolata. E così fu.

Fuori le mura si ammassò una gran folla di gente richiamata dalle grida e dal fumo. Tra questi anche un Araldo, un messaggero mandato da un Daimyo confinante (lo stesso che aveva informato lo Shogun e chiesto di non intervenire) che offrì un rinfresco e le prime cure ai samurai feriti. Si fermarono poco perché la missione non era del tutto finita. Andarono sulla tomba del loro padrone e depositarono un vassoio con la testa di Kira e il pugnale che usarono per dargli la morte.

La missione ora era davvero conclusa.

Arrivò un altro Araldo, inviato dallo Shogun, per comunicare che il Gran Consiglio avrebbe dovuto deliberare sulla loro sorte e che dovevano aspettare la sentenza chiusi in una sala. Molti membri del Consiglio si disputarono l’onore di avere come ospiti uomini tanto valorosi. I samurai si divisero negli stessi tre gruppi dell’attacco e andarono nelle residenze di tre Daimyo, dove furono trattati con il massimo rispetto.

Anche se il Consiglio approvava il gesto compiuto dai samurai, non poteva trascurare la trasgressione ad una delle leggi più importanti, ovvero il divieto di far scorrere del sangue all’interno delle mura della città. Furono quindi condannati a morte. Concessero loro l’onorevole morte per seppuku il 4 febbraio 1703, riabilitando il clan EN-YA con a capo il fratello del Daimyo Asano e stabilendo che potevano essere seppelliti vicino al loro padrone, oggi il Tempio Sengakuji di Tokio.

Affinché le offerte rituali al Tempio fossero fatte con regolarità, fu ordinato di rimanere in vita solo a Terasaka Kichiemon poiché era il più giovane (16 anni).

Non potevano prevedere che avrebbe vissuto fino all’età di 81 anni, tramandando ai posteri questo avvenimento…

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