Il concetto di normalità e la costruzione delle scale linguistiche

Il dottore dice che sono normale, poi però mi ha consigliato questo capo di abbigliamento.

Avere ben chiaro cosa si intenda per “normalità” in un sistema di gioco di ruolo basato su scale linguistiche è fondamentale per costruire scale efficaci e funzionali.
La normalità assume significati diversi a seconda del contesto e la sua definizione è di primaria importanza, ma prima di affrontare questo argomento è necessario operare una distinzione importante. Descrivere un personaggio con scale linguistiche significa in sostanza descriverlo in relazione ad un grado base che è costituito dalla normalità. Da essa il personaggio si può discostare in meglio o in peggio di uno o due gradi. Esistono però due diversi modi di definire la normalità: quello assoluto e quello relativo. Quello assoluto è usato per definire caratteristiche, abilità, situazioni che la maggioranza degli individui condivide per natura, direi addirittura “per nascita”. Esempio semplice: la forza. Si può essere fortissimi o debolissimi, ma non esiste un individuo senza forza, a parte casi estremi di invalidità totale. Quindi, quando definiamo un personaggio come avente forza normale, non facciamo altro che porlo al centro di una ipotetica scala linguistica costruita così:

debolissimo
debole
normale
forte
fortissimo

Questa scala ha un singolo punto di normalità, situato al centro. La normalità in questo caso coincide con la fascia che statisticamente copre la maggior parte della popolazione, è ciò che “non fa notizia” perché è appartenente a tutti (oppure è percepito come tale). Ci addentreremo nei misteri della percezione soggettiva di ciò che sia normale nei prossimi post. Per ora è sufficiente notare come tutte le caratteristiche innate dell’individuo possano essere efficacemente descritte con scale di questo tipo, che chiameremo scale a singolo punto di normalità.

Una indiretta conferma di quanto sia condiviso questo punto di vista viene dal fatto che quando un individuo presenta una totale assenza di una caratteristica, spesso esiste un termine autonomo  che lo descrive. Per esempio, si può vedere bene o male, o anche malissimo, ma l’assenza di vista è chiamata “cecità”. Cioè, essendo una situazione percepita come anomala, si è creato un termine che rimarca la sua esclusione dalla scala che descrive le capacità visive di un soggetto.

Un secondo modo per definire la normalità è quello relativo. Esso si riferisce generalmente alle capacità e alle abilità apprese, che rientrano nel bagaglio fisico o culturale di un soggetto solo se questi si è dedicato ad impararle. Rientrano in questa categoria tutte le capacità che generalmente i regolamenti di giochi di ruolo elencano minuziosamente: guidare, andare in deltaplano, usare le armi, aggiustare un motore, fare calcoli matematici complessi ecc.

Tutte queste abilità possono essere rapportate alla normalità in due modi distinti: infatti la normalità assoluta è costituita dal non conoscerli, mentre quella relativa è a metà di una scala linguistica a cinque livelli usata per definire l’abilità rispetto a coloro che la conoscono, cioè gli “addetti ai lavori”. Se dovessi descrivere una persona che fa il chirurgo, io che non lo sono direi semplicemente che è un chirurgo, dato che la normalità è di non essere un chirurgo. Ma se devo definire la sua abilità in rapporto a tutti i chirurghi esistenti, potrò dire che è un “bravo chirurgo” oppure un “pessimo chirurgo”, ma comunque lo rapporterò ad una non meglio precisata “normalità”, ottenuta facendo la media delle capacità di tutti i chirurghi in un dato contesto. Quindi, la scala di riferimento avrà un doppio punto di normalità: la normalità assoluta, costituita dal NON CONOSCERE o dal NON SAPER FARE quella determinata cosa e la normalità relativa, cioè il grado di competenza percepito come “normale” dagli addetti ai lavori. Anche esso si situa al centro della scala da uno a cinque, come sopra, ma vale solo per chi sa fare quella determinata cosa. Facciamo l’esempio dello sci:

Non sa sciare (normalità assoluta)
Principiante
Sciatore scarso
Sciatore normale (normalità relativa)
Bravo sciatore
Campione di sci
 

Questo doppio punto di normalità esiste anche in contesti sociali in cui certe abilità vengono apprese da tutti. In un mondo invaso dall’acqua, come quello del film Waterworld, tutti imparano a nuotare, quindi tutti avranno almeno un grado di competenza nel nuoto. Tuttavia è possibile (anche se improbabile) che qualcuno non abbia mai imparato a nuotare. Al contrario, qualunque sia il contesto sociale di riferimento, non esiste un uomo senza agilità, tanto per fare un esempio. Tutti hanno un grado, maggiore o minore, di coordinazione motoria, salvo casi estremi.

Perché è così importante distinguere questi due diversi modi di definire la normalità? Innanzitutto perché le scale linguistiche a singolo punto di normalità e quelle a doppio punto di normalità si costruiscono in modi differenti (e vedremo come). In secondo luogo, più importante ancora, la normalità di una caratteristica definibile con scala a singolo punto di normalità viene definita in maniera differente rispetto alla normalità relativa presente in una scala a doppio punto di normalità. Il regolamento di un gioco basato su scale linguistiche non può prescindere da questa distinzione fondamentale, perché da essa derivano modi differenti di descrivere il personaggio e di risolvere le dinamiche di gioco a seconda che le caratteristiche messe alla prova siano innate oppure siano apprese. Quindi la regola principale quando si definisce un personaggio è di identificare se un particolare aspetto sia innato oppure si tratti di un’abilità che può essere appresa. Nel primo caso si potrà usare una scala linguistica a singolo punto di normalità, nel secondo caso una a doppio punto di normalità.

Un ulteriore esempio per rimarcare questa differenza. Tutti imparano a parlare da bambini la lingua dei genitori o degli educatori. Se si vuole, nella descrizione di ogni personaggio si può inserire che “sa parlare”, indicando con ciò il fatto che nella scala assoluta (a singolo punto di normalità) del parlare egli si pone al centro (cioè la normalità). Il più delle volte, però, sarà superfluo fare questa specificazione: tutti sanno parlare, al massimo diventa importante definire quale lingua parla il personaggio. Oppure è muto, e allora useremo la parola “muto” (fuori scala) per descriverlo. Ma un personaggio può anche imparare una lingua straniera, in tal caso viene istintivo incasellarlo in una scala a doppio punto di normalità: diremo quindi che parla anche il tedesco come seconda lingua, con ciò ponendolo al centro della scala della conoscenza del tedesco, nella normalità relativa. Oppure potremo dire che parla bene il tedesco, con ciò ponendolo al quarto grado (uno sopra la normalità relativa costituita da tutti coloro che studiano tedesco). Tuttavia solo descrivendolo come un ottimo conoscitore della lingua tedesca potremo porlo al livello di un tedesco madrelingua, o quasi. L’uso di queste diverse scale, o meglio, di singoli gradi che sottintendono l’esistenza di scale complete di diversa natura, è talmente integrato nel linguaggio e nel nostro modo di pensare che lo usiamo istintivamente senza dubbi o esitazioni. Ovviamente, questo uso istintivo va schematizzato e regolamentato nel momento in cui dal linguaggio corrente si passa ad un regolamento di gioco, per limitarne le incongruenze e le imprecisioni. Tuttavia esiste in noi lo schema mentale che ci fa descrivere la realtà con aggettivi e sostantivi saltando senza sforzo dalla normalità relativa a quella assoluta, con pochissime possibilità di equivoco.

Ovviamente possono esistere delle eccezioni, ma preferisco rimandare ad un altro post la descrizione di questi casi particolari, perché prima voglio indagare su quali siano i modi più efficaci per costruire scale a singolo punto di normalità o a doppio punto di normalità.

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