Nel momento in cui si decide di usare scale linguistiche invece che puramente numeriche si può temere che esse siano imprecise anche sotto il profilo dell’oggettività. Siamo abituati a considerare i numeri come portatori di certezze e di obbiettività. Dire che un personaggio ha 17 di Forza è percepito come più oggettivo rispetto al dire che è “molto forte”. Questo avviene perché la nostra vita è permeata di soggettività, e tale soggettività si estrinseca in giudizi verbali. Quindi è naturale credere che un giudizio verbale sia soggettivo e uno numerico sia oggettivo.

A ben vedere, però, il problema è un’illusione. La differenza tra i giudizi verbali espressi nella vita di tutti i giorni e i giudizi verbali che costituiscono le scale linguistiche è abissale, perché è diversa la struttura di questi giudizi. Un giudizio verbale di tutti i giorni è un valore arbitrario che noi assegnamo ad un aspetto della realtà ed è totalmente dipendente dalla nostra percezione (anch’essa soggettiva e variabile da un individuo all’altro). Per questo, se dico che una persona è “stupida”, in realtà sto dicendo:

1) percepisco quella persona come meno intelligente della media, o almeno di me

2) ritengo di avere abbastanza elementi da considerare la mia percezione veritiera ed universale

3) dichiaro che quella persona è meno intelligente della media, usando la parola che meglio esprime la mia posizione morale nei confronti di questa carenza (stupida, lenta, poco dotata, semplice, ecc.)

Questo giudizio verbale ha molti elementi di soggettività: innanzitutto non è detto che la mia percezione sia accurata. Può essere che non conosca quella persona abbastanza bene da darne un giudizio, oppure può essere che io sia lo stupido e lei l’intelligente, ed essendo io stupido non me ne accorgo. Oppure ancora, io sono un genio e per me tutte le persone normali sono stupide. Oppure la mia percezione è veritiera e completa, ma il termine che uso per descriverla non le rende giustizia, perché è colorato dal mio giudizio ed esagera la realtà.

Un giudizio verbale di questo tipo ha poco a che vedere con una scala verbale nel senso tecnico che ho tentato di darle. Come abbiamo visto nei post precedenti, le scale verbali non sono altro che scale numeriche con caratteristiche particolari. Cioè, hanno in comune con le scale numeriche l’oggettività derivante dall’essere ordinate in più gradini (meglio se solo cinque o sei) e dall’aver associato a ciascun gradino un valore. Che questo valore sia espresso tramite un numero o tramite una parola non ha nessun peso sull’oggettività del giudizio espresso. Quando un personaggio viene creato come “intelligente” vuol dire che egli si trova un gradino sopra la media umana; “molto intelligente”: due gradini sopra la media. Questa assegnazione è oggettiva, perché proviene da un sistema di ordine superiore (quello a cui appartiene il giocatore) e non dall’interno dello stesso sistema a cui appartiene il personaggio (costituito dal mondo di gioco). Se un drago è qualificato dal Master come “molto forte”, esso resta tale sia che si scontri con un personaggio “debole”, sia che si scontri con un personaggio “forte”. La stessa progressione nelle abilità del personaggio (ammesso che nel gioco vi sia un tipo di progressione simile) non muta i rapporti di forza tra i protagonisti all’interno del mondo di gioco. In questo senso, è lo stesso che dire: “il mio personaggio ha Forza 18″ e ” il drago ha Forza 24″.

Per quanto si possa essere coinvolti dal proprio personaggio, ben difficilmente si possono interiorizzare anche le sue percezioni al punto da alterare la condivisione delle categorie linguistiche tra i giocatori. Se all’inizio del gioco il giocatore assegna al proprio personaggio lo status di “genio” saprà sempre che uno “stupido” in termini di gioco non è chiunque sia meno intelligente del suo personaggio, ma solo chi rientra nella scala più bassa. Poi, interpretando il personaggio, potrà lasciarsi andare a valutazioni “in character” sulla presunta stupidità degli altri personaggi, ma il giocatore non avrà difficoltà a distinguere tra i due sistemi (la realtà, sistema di livello più alto, e la finzione, sistema di livello più basso).

Esiste però un altro tipo di soggettività dei giudizi verbali, molto più pericolosa, che costituisce a mio parere lo scoglio maggiore per la creazione di un sistema interamente basato su scale linguistiche. Si tratta della difficoltà a definire la normalità. I livelli di una scala linguistica modificano in positivo o in negativo un concetto, generalmente discostandosene di non più di due gradini. Il concetto base però è proprio quello di normalità.

Come si determina la forza normale di un uomo? Si prende come riferimento un maschio adulto medio? Ma un maschio adulto medio nella nostra società occidentale, sedentaria e cerebrale, è qualcosa di molto diverso da un maschio adulto medio in una società contadina e guerriera. E poi chi l’ha detto che un maschio adulto deve essere il paragone? In una società matriarcale sarebbe più appropriato usare come metro quello femminile, assegnando la normalità ad una donna adulta, al cui confronto un maschio medio sarebbe non normale, ma “molto forte”.

Anche questo problema può trasformarsi in un punto di forza, se solo se ne conoscono i limiti. La prossima volta proverò ad individuare alcune soluzioni a questo problema. Nel frattempo, keep gaming.

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