La volta scorsa ho introdotto un concetto che secondo me vale la pena di approfondire, cioè la possibilità di gestire in maniera “linguistica” la simulazione della realtà fantastica. La finalità ultima è di scoprire come si possa creare un set di regole che agevolino uno stile di gioco simulazionista senza fare ricorso a una pletora di tabelle e numeri, ma usando ampie categorie prese in prestito dal linguaggio comune. Potremmo chiamarla anche gestione “narrativa”, ma non vorrei fare confusione con “narrativista” che è un’altra cosa (si veda a questo proposito l’articolo che definisce il narrativismo di The Forge e il post di ghostodog sull’argomento “narrativo-narrativista”).

In questo e nei prossimi post quindi cercherò di isolare dei principi, di mettere per iscritto delle osservazioni personali e in generale di annotare tutto quanto possa essere utile, per poi dare al tutto una forma finale che abbia senso compiuto. Mi addentrerò in elucubrazioni di vario genere, per cui chi è allergico alla teoria del gioco di ruolo può tranquillamente saltare tutti i post intitolati “Gestione linguistica della simulazione” e vivere felice senza perdersi niente. I pochi sadici che mi vogliono seguire in questa avventura strampalata sono pregati di continuare a leggere e di avere pazienza se talvolta sarò poco chiaro o poco preciso nel linguaggio tecnico. Ogni richiesta di spiegazioni, precisazioni, puntualizzazioni e correzioni sarà considerata con la massima attenzione, soprattutto se espressa con intenti costruttivi. Mi considero un esploratore, non un maestro, per cui, chi ne sa più di me (e sono in tanti là fuori) è pregato di darmi una mano e non di demolirmi.

Questa volta parlerò dei vantaggi dell’uso degli aggettivi per definire le capacità dei personaggi e lo farò partendo dalla definizione di un concetto di base che userò spesso, cioè la scala numerica.

Una scala numerica è una sequenza di numeri che rappresentano diversi livelli di competenza del personaggio in un determinato ambito. Generalmente nei giochi di ruolo le scale numeriche implicano che al numero maggiore corrisponde una maggiore efficacia/conoscenza/abilità, anche se non in tutti i giochi è così. Un esempio di scala numerica è dato dalle caratteristiche del personaggio in D&D, che vanno da 1 a infinito. Ad un numero più alto corrisponde una maggiore competenza.

A loro volta, le scale numeriche si possono distinguere in scale linguistiche e scale puramente numeriche.

Scale linguistiche e scale puramente numeriche

In teoria una graduazione puramente numerica e una linguistica si equivalgono perfettamente, anzi, si può dire che siano la stessa cosa. Una volta stabilita la scala (per esempio da 1 a 10), si possono dare ai vari livelli nomi diversi dai numeri: 1=scarsissimo; 2= scarso; 3=molto basso ecc.. Volendo, si possono anche chiamare Pippo, Pluto e Topolino, l’importante è che per i giocatori esprimano una gerarchia. Da questo punto di vista non c’è differenza alcuna: si tratta comunque di scale numeriche e non c’è alcun vantaggio nel chiamare i singoli gradi con aggettivi invece che con numeri, anzi, c’è un elemento di complicazione che è costituito dal tenere a mente la posizione di ciascun aggettivo: buono è meglio di discreto? Ottimo ed eccellente sono sinonimi? Un ulteriore elemento di complicazione sta nel fatto che generalmente ad ogni aggettivo corrisponde una valutazione qualitativa, che lo colloca al di sopra o al di sotto di una ipotetica “sufficienza”. Questa sufficienza deve essere effettiva, cioè deve corrispondere ad un minimo garantito di competenza che all’interno del gioco consente di affrontare prove mediamente impegnative con un ragionevole margine di certezza di successo. Se al quinto grado della scala da 1 a 10 faccio corrispondere la parola “buono” sto lanciando un messaggio che dice: “il quinto grado di questa scala è sufficiente nella maggior parte delle situazioni” e se il sistema poi non riconosce al grado “buono” questa qualità esiste una distonia che si ripercuote non solo sulla coerenza interna delle regole ma anche e soprattutto sul gioco concreto. Alla lunga i giocatori inizieranno a pensare che in questo gioco “buono” non è abbastanza, che si deve raggiungere il livello “ottimo” per avere qualche speranza ecc. Ovviamente questo non è un problema delle scale linguistiche, ma di come vengono usate, cioè di come viene progettato il gioco in concreto. Anche una scala puramente numerica può essere usata male, ma, a differenza della scala linguistica, rende meno evidenti i difetti di progettazione nella gestione delle azioni, dato che non ingenera affidamento su quale sia la “sufficienza” come invece fa una scala linguistica. Un gioco costruito con scale linguistiche mostra immediatamente elementi come l’inettitudine dei personaggi nei confronti del mondo di gioco. Con scale puramente numeriche, cioè non associate ad aggettivi, questo problema esiste, ma in misura molto minore: il grado 5 è solo il grado 5, il fatto che si collochi più o meno a metà scala non mi dice niente sulla sua corrispondenza o meno ad una ipotetica “media” a cui paragonare la capacità del mio personaggio. Certo, resta il problema della coerenza del sistema, ma rimane per così dire “dietro le quinte”.

Inoltre le scale puramente numeriche possono rappresentare valori molto più fini rispetto a quelli gestibili tramite scale linguistiche. Inventare una scala da 1 a 30 non richiede particolari sforzi, mentre associare a ciascuno di questi livelli un nome o un aggettivo appropriato è quasi impossibile e anzi improduttivo.

La valutazione qualitativa intrinseca

Queste considerazioni possono far concludere che le scale puramente numeriche siano meglio di quelle linguistiche, e in effetti per anni è stato così, dato che la maggior parte dei sistemi di gioco di ruolo ruota su una gestione numerica delle capacità dei personaggi. In realtà, è sbagliata in partenza l’idea che le parole possano competere con i numeri sul loro stesso terreno. Le parole possiedono dei vantaggi specifici che vanno sfruttati: solo così si rivela appieno il loro potenziale rispetto ai numeri. Uno di questi vantaggi è proprio la loro intrinseca capacità di comunicare valutazioni qualitative oltre che informazioni quantitative. Dire “buono” è meglio che dire “6 su una scala da 1 a 10”. Dire “scarso” mi dà un’idea molto più precisa di dove si collochi la competenza del personaggio in una ipotetica scala di valori. Per dirla tutta, se una capacità del personaggio viene qualificata come “scarsa” non avrei nemmeno bisogno di conoscere gli altri valori della scala per sapere che il personaggio è sotto la media, perché la valutazione linguistica presuppone già una scala di riferimento e pone automaticamente la capacità del personaggio in una posizione di insufficienza.

La regola del cinque

Un altro apparente difetto delle parole rispetto ai numeri è che non sono adatte a riprodurre scale di valori fini (per esempio l’ipotetica scala da 1 a 30 del paragrafo precedente). Anche questo difetto può diventare un pregio se solo di pone mente al fatto che la stessa mente umana non è in grado di distinguere efficacemente più di cinque livelli di competenza. Un’osservazione su tutte: i voti scolastici vanno da 1 a 10, ma alla fine si discute di “gravemente insufficiente” (4), “insufficiente” (5), “sufficiente” (6), “buono” (7), “distinto” o “molto buono” (8) ed eventualmente “ottimo” (9). Il 10 non si dà a nessuno (perché? boh…), mentre 1, 2 e 3 sono percepiti come non molto diversi dal 4. Come si vede, il tutto si riduce a cinque o al massimo sei gradi di competenza. Ho chiamato questo effetto Regola del Cinque, con l’avvertenza che il numero cinque è indicativo e non tassativo. Ci sono persone in grado di gestire bene scale linguistiche di sei, sette o più livelli, ma sono più rare di quelle che arrivano al massimo a cinque. Per cui, “regola del cinque”.

Tutte le caratteristiche fisiche e mentali vengono istintivamente incasellate in poche categorie, che per convenzione chiameremo “molto scarso”, “scarso”, “medio”, “buono”, “molto buono”. Eventualmente c’è spazio per un “eccezionale”, cioè per un sesto grado che non rientra nella norma e come tale entra in considerazione soltanto quando se ne constata l’esistenza. Tutto quello che è percepito come “normale” è qualificabile con uno dei cinque aggettivi sopra descritti. Quello che supera il “molto buono” sfuma in un indistinta eccezionalità che comprende tutte le graduazioni possibili: non è possibile stabilire una gerarchia efficace tra aggettivi come “straordinario”, “mirabolante”, “eccezionale”, “sovrumano”, “divino” ecc., o meglio: è possibile, ma solo creandola artificialmente. I cinque livelli di base, invece, sono molto intuitivi. Anche se si volessero cambiare gli aggettivi, resta il fatto che la mente è a proprio agio quando gestisce scale linguistiche con un numero limitato di gradini, perché solo così riesce a collegare valutazioni qualitative forti a ciascun gradino. Il linguaggio mima perfettamente questo modo di pensare: per ogni aggettivo abbiamo la forma base e il superlativo, senza valori intermedi o superiori. Quindi ogni scala linguistica può essere costruita con: superlativo (negativo), aggettivo base (negativo), normalità, aggettivo base (positivo), aggettivo superlativo (positivo). Torneremo sulla costruzione delle scale linguistiche nei prossimi post.

Questa limitazione alla gestibilità “emotiva” man mano che aumentano i gradini della scala è valida anche per le scale numeriche. Una scala da uno a cinque è sicuramente più gestibile di una che va da uno a trenta, ma soprattutto quella che va da uno a trenta non è di aiuto come si potrebbe pensare. Infatti, a livello razionale, si può capire che 12 è minore di 13, e che tutti e due sono molto più bassi di 28. Tuttavia, quando si tratta di definire che cosa si possa fare con 12 e che cosa con 13, iniziano i problemi. Deve esserci una scala di riferimento dettagliatissima che espliciti cosa sia alla portata di un 12 e cosa non lo sia, e questo significa tabelle. Tabelle fino alla nausea, senza però alcuna garanzia di esaustività.

Si può superare il problema senza rinunciare alle scale puramente numeriche limitando i gradi della scala a cinque o meno. Così però ci perderemmo il vantaggio della scala linguistica costituito dalla capacità della scala linguistica di fissare automaticamente il “punto di normalità”. In fondo una scala linguistica non è altro che una scala numerica con pochi gradini in cui gli aggettivi indicano da soli il “punto di normalità”. In altre parole, creare una scala numerica di cinque o sei gradini e fissare il punto di normalità a 3 ha sul gioco gli stessi effetti del nominare i gradi “molto scarso”, “scarso”, “medio”, “buono” e “molto buono”. Laddove si trova la dicitura “medio”, “normale”, “regolare” o altro, c’è il punto di normalità.

Si potrebbe dire: “Ma allora perché non posso creare una scala da 1 a 30 e fissare il punto di normalità a, poniamo, 18?” Certamente si può, ma quella scala non è “linguistica”, nel senso che non si riesce, senza uno sforzo mentale notevole, ad associare ad un singolo gradino un valore assoluto che abbia un senso condiviso tra i consociati. Ogni volta che qualcuno dirà 12, sarà necessario immaginarsi la sua distanza dalla normalità e comunque sarà difficile dare un senso emotivo a questo numero. Chi ragiona per immagini – come il sottoscritto – si figura una sfilza senza senso di numeri su cui spicca, scritto in rosso e a caratteri più grandi, un bel 18 che fa da spartiacque tra ciò che è “sufficiente” e ciò che non lo è. Il resto è un mare grigio di numeri.

Caratteristiche delle scale linguistiche

A questo punto dovrebbe essere evidente che per “scala linguistica” non intendo soltanto una scala a cui ogni grado è associato un aggettivo, bensì una scala che ha le seguenti caratteristiche:

  • è composta di pochi gradini, al massimo cinque o sei;
  • il punto di normalità è fissato in maniera non equivoca, o tramite la valutazione intrinsecamente linguistica degli aggettivi o esplicitamente associandola ad un gradino numerico;
  • ad ogni gradino è facile associare una valutazione qualitativa senza dover impegnare troppe energie mentali per misurarne la distanza dalla normalità.

La prossima volta analizzerò altri pregi delle scale linguistiche rispetto a quelle puramente numeriche quando si tratta di descrivere qualità umane e cercherò di capire come si possano costruire scale linguistiche efficaci.

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