Il Richiamo di Cthulhu

cthulhuCome tutti sanno, Call of Cthulhu (“Il Richiamo di Cthulhu”), giunto ormai alla sua settima incarnazione, è il peso massimo dei giochi ispirati all’opera del sognatore di Providence, il vero metro di paragone di tutti gli altri. È senza dubbio un gioco bellissimo, un prodotto complesso e articolato che offre differenti stili di gioco. È anche un prodotto molto amato e molto odiato, con alcuni detrattori, ma anche molti fanatici sostenitori. Fanatici a tal punto che le “edition wars” sono agguerrite tanto quanto quelle di D&D, anche se bisogna ammettere che tra le varie edizioni c’è meno differenza che tra le diverse versioni di D&D. Per iniziare questo mio viaggio attraverso i giochi “Cthuleschi” mi occuperò della Quinta edizione.

La Quinta edizione è stata pubblicata nel 1992, ma è arrivata in Italia solo nel 1996. C’è molto materiale pubblicato e ha avuto un buon successo, inoltre ritengo che riassuma egregiamente i temi e i concetti già presenti nelle edizioni precedenti, prima degli “sconvolgimenti” delle edizioni più recenti (la settima e ultima, in particolare). Forse alla Settima edizione dedicherò un post a parte. Prima, però, un’avvertenza e una richiesta.

Un’avvertenza: tratterò questo gioco del 1992 come se fosse uscito adesso, perché è adesso che voglio sapere se valga la pena di giocarlo. Per cui non venitemi a fare discorsi del tipo “per i suoi tempi però…” perché questa non è una recensione né un articolo di retrogaming, è un’analisi di meccaniche di gioco e un tentativo di vedere se oggi siano utilizzabili e valide.

Una richiesta: chi ha giocato a questo gioco (anche in edizioni diverse), è incoraggiato a commentare esponendo le sue impressioni di gioco giocato. Più che altro vorrei capire se si verifica l’effetto D&D (per “effetto D&D” intendo: le regole dicono una cosa ma quasi tutti giocano a un gioco diverso senza quasi rendersene conto). (altro…)


dhBreve aggiornamento per i membri della Gilda Cacciatori Sedentari di Draghi: è pronto il manuale del giocatore versione 2.4 in formato printer-friendly. Il link per il download lo riceverete via Whatsapp. Il mio consiglio è di non stamparlo se non è strettamente necessario, dato che a breve stamperemo lo stesso manuale a colori, con una bella copertina, con uno sfondo tamarro in ogni pagina e magari con qualche illustrazione mia. Usatelo per aggiornare la scheda personaggio alla nuova versione, e magari fatemi avere le vostre osservazioni, commenti, suggerimenti. Ci terrei moltissimo, anche solo per farmi sapere se il manuale è chiaro o se ci sono parti che necessitano di spiegazioni migliori, disambiguazioni, correzioni ecc. …

Un’ultima cosa: non sono sicuro di aver incorporato i caratteri nel PDF del manuale. Per favore, ditemi se vedete pagina 11 esattamente come questa:

pag_11

Se il carattere è diverso o non vedete il ghirigori celtico sotto alla scritta Talenti, vuol dire che ho sbagliato qualcosa…

Qui c’è il link per la nuova Scheda_2_4. Quando il Bendo avrà pronte le schede personalizzate per ogni classe, le pubblicheremo qui.

Keep gaming.


cotte_de_maillesL’armatura nei GDR e nei film è un pozzo infinito di miti da sfatare, al punto che l’argomento richiederà una intera serie di articoli anche soltanto per toccare i punti principali. Oggi parliamo della cotta di maglia.

Questo tipo di protezione si definisce come una veste, di varie fogge e dimensioni, composta da anelli di metallo allacciati tra loro secondo vari pattern. L’origine di questa forma di protezione si fa risalire ai Celti (il primo a parlarne è Marco Terenzio Varrone), da cui passò ai Romani come “Lorica Hamata”. Molto diffusa in una grande varietà di culture, rimase preponderante nell’occidente fino al tardo Medioevo, quando fu soppiantata (ma solo per i più ricchi) dall’armatura completa.

I termini per descriverla variavano a seconda delle culture. Nel Medioevo occidentale i termini erano quasi tutti di derivazione francese: usbergo (hauberk o haubergeon) per la protezione che copriva il torso e le cosce, talvolta con maniche lunghe, talvolta con maniche corte; chausses per coprire le gambe e i piedi; camaille o aventail per il collo, direttamente agganciato all’elmo, oppure coif per coprire tutta la testa, talvolta associato a un elmo indossato sopra di esso; guanti o manopole per le mani.

Nei GDR la maglia è considerata una protezione media o medio-bassa, appena un gradino più in su rispetto alle varie e non meglio precisate protezioni di cuoio e cuoio borchiato, di cui parleremo in un articolo a parte per l’importanza che riveste il loro impatto visivo nei film di hollywood (e per la scarsissima documentazione storica che le riguarda).

In realtà, la protezione di maglia di ferro o acciaio è stata la migliore protezione disponibile per numerosi secoli. Un motivo ci sarà. E il motivo è che la maglia è un ottimo compromesso tra peso, comfort, protezione e costo. (altro…)


cucina_med_01E’ innegabile che il genere fantasy peschi a piene mani nell’immaginario collettivo riguardo a un vero o presunto medioevo. A parte i numerosi anacronismi di cui è costellato il genere, la colonna portante dell’estetica fantasy è un medioevo fatto di spade, cavalieri, dame e castelli. Il livello tecnologico è lo stesso, la società è grossomodo strutturata in modo simile a un basso medioevo, le armi utilizzate coprono tutto il periodo dalla caduta dell’impero romano al 1500. Armature, cavalli, scudi, tutto grida a gran voce “medioevo!”. Tutto tranne il cibo.

Se ci fate caso, il Professor Tolkien, che di storia e saghe ne masticava eccome, riempie le sue narrazioni di colazioni, spuntini, pause pranzo, banchetti e street food. Howard ama far gozzovigliare Conan in mezzo a leccornie esotiche e vini speziati, e altri autori fantasy spesso indugiano nelle descrizioni di cibi e bevande, che contribuiscono a costruire un’ambientazione credibile.

Nel gioco di ruolo invece il disinteresse nei confronti delle gioie del palato è inferiore solo all’ostentato disinteresse nei confronti del sesso. Il che è quanto meno strano, dato che la gola comporta molti meno tabù sociali e religiosi rispetto alle arti amatorie.

Perché parlare di cibo nei gdr

Perché il gioco di ruolo, non appena si esce dal divertente ma limitato cliché del dungeon, vive di immedesimazione, ed è bello immedesimarsi anche in questo aspetto della vita del personaggio. Se si gioca a un gioco “storico”, conoscere il cibo dell’epoca è essenziale. Tanto più che l’importanza sociale del cibo è arcinota: alleanze, accordi di lavoro, corteggiamento, celebrazioni, feste, persino funerali. Tutto avviene a tavola. Sembra quasi che il movimento ritmico delle mascelle favorisca la calma e le relazioni sociali (al contrario del bere, che notoriamente infiamma gli animi e provoca faide). La sacertà dell’ospite impone in quasi tutte le culture del presente e soprattutto del passato di dargli da mangiare e da bere. Una delle virtù cardinali è dar da mangiare agli affamati. E cos’è il matrimonio se non una breve celebrazione religiosa seguita da una colossale mangiata? E in fondo, anche la Messa cristiana non è altro che la ripetizione di un gesto che inizialmente era… una cena. Tra l’altro, il luogo principe in cui iniziano avventure, si conoscono png interessanti e si ottengono ingaggi è la taverna.

Quindi, perché rinunciare a inserire qualche dettaglio in più anche sul versante del cibo? Perché non superare i triti luoghi comuni del genere e non fare un passo in più, inserendo ricette interessanti e piatti dai nomi esotici che evocano tempi e luoghi lontani e affascinanti?

Perché cibo medievale nel fantasy

Perché usare il cibo medievale come base per i nostri voli pindarici gastronomici in salsa fantasy? In fondo, è fantasy. Non posso semplicemente far mangiare ai personaggi zuppa di fagioli con pomodori, patate arrostite e tacchino alla griglia?

Certo che puoi. Puoi anche sostituire il sistema feudale su cui è modellata la tipica società fantasy con una democrazia esercitata tramite elezione a suffragio universale. Perché no? Il gioco è tuo, nessuno ti impedisce di inserire tutti gli anacronismi e le stramberie che desideri.

Se però la coerenza dell’ambientazione per te è un valore aggiunto, mi permetto di ricordare l’antica massima di esperienza secondo cui meno è meglio. Meno si inventa, meglio è. Meno si aggiungono elementi alieni, più gli elementi alieni davvero importanti spiccheranno. Ciò che rende il fantastico… “fantastico”, non è la bizzarria fine a sé stessa, ma alcuni elementi di fantasia inseriti in un contesto tutto sommato conosciuto o almeno non del tutto avulso dalla realtà. Siccome prendiamo in prestito le insegne, l’araldica, la gerarchia sociale, l’armamento, la guerra, la superstizione… perché non prendere in prestito anche il cibo? Avremo un sistema gastronomico completo, coerente con sé stesso e con l’ambientazione, che richiama luoghi comuni diffusi ma al tempo stesso mantiene un tocco esotico che lo rende divertente e avvincente quel tanto che basta a renderlo interessante.

Tanto più che, studiando un po’ di cucina medievale, si scopre che il gusto è davvero cambiato da allora, e non c’è niente di più strano e apparentemente “inventato” di una vera pietanza medievale. Come sempre, la realtà supera la fantasia, e ve lo dimostrerò.

Poi, tutti saranno padronissimi di usare solo quello che vorranno: potrete far convivere rape e cacao, nessuno si scandalizzerà. Però voglio stuzzicare il vostro appetito per i post futuri, trascrivendo un menù storicamente accertato. E’ un vero e proprio banchetto, tratto da una cronaca di frate Tibaldo dell’Abbazia di Saint Corneille. L’occasione del banchetto è il passaggio di re Luigi VII, nel 1129.

PRIMO SERVIZIO: LE ZUPPE

Dovevano esserne offerte una decina, tra cui:

zuppa di cavoli
zuppa di uova battute
zuppa di vino
zuppa di cipolle e birra
zuppa di cetrioli e latte
zuppa col burro
zuppa di pesce con l’olio fine
zuppa di carni tritate

SECONDO SERVIZIO: GLI ARROSTI

Disposti in piramidi, su piatti d’argento o di metallo, così grandi da dover essere sollevati, ognuno, da almeno due servi:

arrosto di maiale, intero o a pezzi (maialetti farciti compresi)
arrosto di selvaggina dalla piuma dorata (fagiani e pavoni)
arrosto di oca, gru e aironi
arrosto di selvaggina a pelo biondo (caprioli, cerbiatti, daini)
arrosto di selvaggina a pelo scuro (cinghiali e cervi)
arrosto di piccola selvaggina (pernici, quaglie, beccaccini)
arrosto di polli, faraone e anitre

Il tutto accompagnato da tanti piatti di insalate quanti sono quelli di carne, e da egual numero di piatti di limoni, trafitti con spezie.

TERZO SERVIZIO:

Piatti al miele e zucchero e frutta
Gallette al miele, impastate col vino
crema di latte dolce
biscotti con le spezie
pasticcini minuti al miele
marzapani
frutta cruda in piramidi

BEVANDE

Vini del paese
hippocras
birra chiara e scura

Scusate, ma mi è venuta fame. Keep gaming.


Ogni tre o quattro anni propongo un sondaggio ai membri della Gilda Cacciatori Sedentari di Draghi, per capire a che punto siamo con le nostre attività e quali modifiche apportare al programma complessivo. Per quest’anno mi avvarrò dei potenti mezzi offerti da WordPress per raccogliere le opinioni e i suggerimenti dei giocatori.

Questo sondaggio, per forza di cose, è riservato ai miei giocatori, e in particolare al gruppo di gioco fantasy.

Grazie in anticipo a chi vorrà farmi sapere come la pensa. Per osservazioni, critiche, suggerimenti più complessi, sentitevi liberi di commentare a profusione.

Keep gaming.


Spulciando Pinterest mi sono imbattuto in questa cosa che sembra andare per la maggiore, cioè stabilire a priori un elenco di argomenti, e poi fare un disegno al giorno rispettando quell’elenco. L’idea è che, se riesci a fare una cosa per trenta giorni di seguito, diventa un’abitudine. E siccome sono pigro e perennemente a corto di voglia di fare, ho deciso di provarci.

Mi intriga l’idea di non dover pensare “oggi cosa disegno?” e al tempo stesso di dover disegnare per forza qualcosa. Una sfida con me stesso, in sostanza. Siccome però mi conosco, so che una cosa del genere ha il fiato cortissimo. A meno che…

A meno che non mi sputtani davanti al mondo postando ogni tre o quattro giorni il frutto delle mie fatiche. Così, tanto per avere uno stimolo in più a fare e per quanto possibile a fare bene.

Cosa più difficile a dirsi che a farsi, ragazzi.

Il tempo è davvero poco, tanto che più che siamo al limite dello “speed drawing”: in tutto, non posso permettermi di dedicare più di tre quarti d’ora non continuativi ogni giorno. Compresa l’idea, lo schizzo, l’inchiostratura e il colore.

Non sto cercando necessariamente un feedback, tanto meno un feedback positivo (oddio, se però volete commentare, siete i benvenuti!). Sono schizzi, che pubblico solo perché sto cercando di superare la timidezza. E quale metodo migliore che esporre al pubblico ludibrio non i propri pezzi migliori, ma proprio le schifezze partorite di fretta?

Yeah, baby, direbbe Austin Powers.

Ecco quindi i primi quattro giorni. Mamma mia, che vergogna. Perdonatemi se potete.

  1. “Halloween”

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2. “Favourite scene from a movie”

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3. “Why I’m afraid to go in the ocean” (ma chi le ha inventate ‘ste cose? NdR)

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4. “Black & White”

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E così ecco che ho trasformato una banale “drawing challenge” in una più succosa “try not to cringe challenge”…

Va be’.


Stavo giusto scrivendo questo post, quando in Rete è apparsa un’interessante discussione originata da un post di Caponata Meccanica. Ho deciso quindi di editare in parte il contenuto, anteponendo una piccola precisazione a quanto avevo già scritto.

Il fatto che il genere fantasy sia ormai diventato dominio delle masse è assodato, e per quanto mi riguarda ne sono assai felice. Significa che scrivere fantasy non è più da nerd autolesionisti, leggere fantasy non è più da subumani mentecatti, giocare ai giochi di ruolo non mi incasella immediatamente nel gruppo degli sfigati, e molte altre cose, tutte positive. Non intendo quindi alimentare la polemica se ciò sia un bene o un male, se dare il fantastico in pasto al grande pubblico si ritorca sulla qualità media dei prodotti e così via. Pensatela un po’ come volete, la storia darà il suo verdetto.

Detto questo, la mia intenzione è osservare come ultimamente vi sia stato un involontario effetto di saturazione dell’immaginario fantasy, dovuto all’aumento della quantità e della qualità dell’offerta, proprio a danno dei fan della prima ora. Quelli che si stupivano e si eccitavano per il drago sulla copertina della Scatola Rossa. Noi, per intenderci. Diciamocelo, a livello visuale i progressi sono stati incalcolabili. In un paio di decenni (forse qualcosa di più) siamo passati da questo:

 

dd-boxa questo:

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E cosa vogliamo dire della differenza tra l’artwork interno di una qualsiasi avventura per OD&D e lo standard moderno? Ora, esteticamente non c’è paragone, poche balle. Mi si dirà che le illustrazioni di Erol Otus erano strambe ma evocative. Sono d’accordo, ma il punto è proprio questo. Dall’evocativo ma scarno e talvolta bizzarro si è passati a un realistico iperdettagliato fotografico, e forse ci abbiamo guadagnato qualcosa e al tempo stesso ci abbiamo perso qualcos’altro. Come sempre, non progresso nè regresso, ma semplice trasformazione, rimpasto di vecchi temi, continuo baratto di idee e sensazioni che ciclicamente ritornano in auge e ridicolizzano il “vecchio”, salvo poi ripescarlo dopo vent’anni e così via.

In tutto questo tumulto, però, qualcosa si è perso e basta. Il sense of wonder che pervade la novità, l’insolito, il fuori dell’ordinario. Orbene, lasciate che vi dia una notizia bomba:

I DRAGHI NON ESISTONO.

L’ho detto. Cavoli, questa è proprio grossa. Come dite? Lo sapevate già? Ah, beh….

Allora come mai quando vedete un’immagine di un drago non vi stupite neanche un po’? Soprattutto se è iper-realistica come questa:

THE HOBBIT: THE DESOLATION OF SMAUG

o anche solo come questa:

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Ve lo dico io. Perché ormai i draghi sono anche nelle patatine. I draghi sono sui giornali, sulle riviste, in un sacco di trasmissioni televisive, nelle pubblicità, nei videogiochi, sulle copertine dei libri, sulle fiancate delle macchine, tatuati sulla pelle delle persone, immortalati in pose epiche, fotografati nella loro immensa possanza, uniformati nell’immaginario collettivo, spogliati di ogni aura simbolica o mitica. Lucertoloni vanesi e senza cervello, sputafuoco irascibili, ma tutto sommato addomesticati dal marketing. Un simbolo che non rappresenta nulla, che non è più niente. E’ un’icona vuota. Ricordo ancor ala prima volta che una partita a D&D è terminata con un incontro con un drago. Un drago, capite? Rosso! Il Master ci ha mostrato questa immagine:

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e io ero lì con la mente. Ero lì a sentire l’odore di bruciato, di metallo rovente, di paura e morte. L’apice di una campagna, ottimamente orchestrata e degnamente conclusa. Ora mi domando se un novizio del gioco di ruolo possa davvero gustarsi un momento come quello. Prima di arrivare a fine campagna, i draghi per lui sono come i gatti. Solo per arrivare al livello 30, il suo personaggio di Skyrim ne ha ammazzati una ventina, e molto più fighi di quello.

Non sono il solo a sentirsi saturo. Alcuni amici nerd hanno ammesso di sentirsi così. E’ la diretta conseguenza del bombardamento mediatico, ma anche dell’età che avanza, e forse anche del complessivo miglioramento qualitativo delle immagini, che a livello profondo sfuma le differenze tra reale e realistico. Non si applica solo al drago, nè solo alle altre icone fantasy. Spinto dalla competizione, trainato da Hollywood, oggi tutto è visivamente stupendo. E io sento un senso di impoverimento. Di fastidio, anche. Non si tratta del vecchio nostalgico che blatera che “ai miei tempi era meglio”. Non era meglio, ce lo facevamo bastare, ma non era meglio. E non sto parlando dei contenuti. Quelli possono esserci o mancare, dipende dalla qualità complessiva del prodotto. Mi limito a prendere in considerazione l’impatto visivo.

Guardate qua:

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Quando anche un gioco di ruolo di una mediocrità spaventosa come Degenesis Rebirth si presenta con una veste così sontuosa, è legittimo domandarsi cosa ci sia dopo. Cosa può risvegliare ancora il mio bambino interiore, cosa può farmi spalancare ancora la bocca dallo stupore?

Guardate questa immagine di Tiamat.

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Se l’avessi vista vent’anni fa avrei detto: “Uoooaaaaaaahh….” e avrei immaginato una campagna intera basata sulle fantasie che mi evocava. Oggi penso “però!” e finisce lì.

Sono io che sono diventato arido e cinico, o siamo tutti vittime della sindrome del “‘a marzià, facce ride!” come in quella vecchia barzelletta? Forse un po’ tutte e due le cose.

Avete visto i cartoni animati che guardano i bambini di cinque anni? Animazioni 3D veloci, tecnicamente impeccabili, con texture realistiche, cambi di inquadratura repentini, inseguimenti in soggettiva che sembra di stare sulle montagne russe, che ti trascinano dal primo all’ultimo minuto in una folle corsa ai titoli di coda. Prendete un bambino cresciuto a Frozen e Shrek e sottoponetelo a Biancaneve. E’ talmente lento che lo guarderà mentre gioca a Nintendo (e vince) e intanto salta sul tappeto elastico. Oppure chiamerà il telefono azzurro per maltrattamenti sui piccoli. Cosa può stupire un bambino così? Cosa può stupire NOI?

Faccio domande, ma non ho la risposta. Voi sì?